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Articolo: Shein e Copenhagen Fashion Week: due mondi opposti nella moda contemporanea

Shein e Copenhagen Fashion Week: due mondi opposti nella moda contemporanea

Shein e Copenhagen Fashion Week: due mondi opposti nella moda contemporanea

La ventesima edizione della Copenhagen Fashion Week (CPHFW) ha confermato una volta di più il suo ruolo di punto di riferimento per la moda sostenibile. Un traguardo importante che sottolinea l’ambizione della capitale danese: non solo ospitare sfilate, ma guidare una trasformazione radicale del settore verso pratiche più etiche, trasparenti e responsabili. Un obiettivo che appare però in netto contrasto con la crescita esponenziale di giganti del fast fashion come Shein, il colosso cinese noto per la produzione massiva di capi a bassissimo costo.

Il confronto tra queste due realtà non è solo simbolico: rappresenta la distanza crescente tra due modelli di moda diametralmente opposti.

Copenhagen Fashion Week: sostenibilità al centro

Dal 2020, la CPHFW ha introdotto un framework di sostenibilità che impone ai brand partecipanti il rispetto di 18 standard minimi. Tra questi: eliminazione della plastica monouso, uso di materiali certificati o rigenerati, trasparenza lungo la filiera e inclusione di pratiche circolari. Il mancato rispetto di questi requisiti comporta l’esclusione dal calendario ufficiale.

Nella ventesima edizione (gennaio 2026), oltre 30 marchi hanno confermato il proprio impegno rispettando tutti i criteri richiesti. Il tema dominante è stato proprio il concetto di responsabilità condivisa: dai designer ai distributori, dai produttori ai consumatori. Oltre alle passerelle, numerosi panel e talk hanno messo al centro questioni cruciali come l’impatto climatico della moda, il greenwashing, i diritti dei lavoratori e la riduzione dell’iperproduzione.

CPHFW si è spinta anche oltre, infatti dal 2025 sono vietati materiali controversi come pellicce, pelli esotiche e piume naturali, in linea con un crescente impegno per il benessere animale.

Shein: il fast fashion che corre nella direzione opposta

Mentre a Copenaghen si discuteva di limiti produttivi, slow fashion ed economia circolare, Shein continua a basare il proprio successo su un modello completamente opposto. L’azienda, oggi valutata decine di miliardi di dollari, produce ogni giorno migliaia di nuovi capi, aggiornando il proprio catalogo con una velocità che travolge ogni logica stagionale.

Nel 2023, secondo dati dell’Apparel Impact Institute, il comparto moda ha visto un aumento del 7,5% nelle emissioni complessive di CO₂, con Shein tra i principali responsabili della crescita. La stessa azienda ha dichiarato emissioni di circa 20 milioni di tonnellate di CO₂ nel 2024, cifra che da sola supera quelle totali di intere multinazionali del settore. Un dato ancor più allarmante se si considera l’uso massiccio di trasporto aereo per consegne rapide e la predominanza di materiali sintetici, spesso derivati da petrolio. 

Shein ha annunciato nel 2022 un piano per arrivare a “emissioni nette zero” entro il 2050, validato da Science Based Targets initiative. Tuttavia, le azioni concrete restano limitate, e il modello di ultra-fast fashion sembra strutturalmente incompatibile con una reale transizione sostenibile. Come si può parlare di riduzione di impatto ambientale se si continua a produrre milioni di capi ogni settimana, spingendo al consumo impulsivo e all’usa-e-getta?

Sfruttamento e opacità nella filiera

Non è solo l’ambiente a pagare il prezzo del successo di Shein. Diversi reportage giornalistici, come quello della rete Channel 4 nel Regno Unito, hanno documentato condizioni di lavoro estreme in alcune fabbriche cinesi che producono per Shein: operai costretti a turni di 18 ore, un solo giorno libero al mese, e stipendi da fame.

Di fronte alle critiche, Shein ha ammesso violazioni in almeno due fornitori e ha promesso un piano di 15 milioni di dollari per migliorare la compliance. Tuttavia, molte ONG e osservatori indipendenti denunciano ancora una filiera opaca, difficile da monitorare e altamente esposta a rischi di sfruttamento e violazioni dei diritti umani.

Tra le preoccupazioni principali c’è anche il possibile utilizzo di cotone proveniente dallo Xinjiang, regione al centro di accuse di lavoro forzato. Nonostante le rassicurazioni dell’azienda, la mancanza di audit indipendenti e di trasparenza resta un problema irrisolto.

CPHFW vs Shein: la distanza che si allarga

Il paradosso è evidente: mentre a Copenhagen si afferma con forza la necessità di ripensare la moda come sistema culturale, ambientale e sociale, Shein continua a dominare le vendite online globali con un modello che ignora gran parte di questi principi.

Eppure, i consumatori sembrano sempre più divisi: una parte del pubblico premia i brand virtuosi e partecipa attivamente a una moda consapevole; un’altra continua a scegliere in base a prezzo e velocità, alimentando il circolo vizioso dell’iperconsumo.

CPHFW, pur con qualche contraddizione e accusa di greenwashing, rappresenta oggi una delle iniziative più avanzate e sistemiche per spingere il settore verso la sostenibilità. Il suo approccio olistico, che tocca tutti gli aspetti della filiera e pone vincoli reali ai marchi partecipanti, dimostra che un altro modello è possibile.

Ma fino a quando marchi come Shein continueranno a crescere esponenzialmente senza reali vincoli normativi o fiscali, sarà difficile invertire la rotta a livello globale. Servono politiche pubbliche, regolamentazioni più severe, educazione dei consumatori e una pressione costante anche da parte dei media e delle community digitali.

Conclusione

La Copenhagen Fashion Week ci mostra una direzione possibile per il futuro della moda: più lenta, più trasparente, più giusta. Shein, invece, rappresenta l’accelerazione estrema di un sistema già insostenibile. In mezzo, ci siamo noi: consumatori, imprenditori, comunicatori. E abbiamo la responsabilità di scegliere da che parte stare.

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